Anton Cechov – terza parte

Anton Cechov3parteAlla luce delle parole indirizzate all’amico Tikhonov nella lettera che abbiamo citato nel nostro precedente articolo, vorremmo essere riusciti ad evitare al Nostro l’etichettatura di “pessimista”, totalmente infondata. La sua poetica – come bene osserva L. Gigli – non è quella “dell’inutilità dell’azione”…Cechov “ non è il bardo dell’accettazione passiva della sconfitta”. E meno che mai egli si può classificare tra gli “indifferenti”, perché l’indifferenza sempre gli apparve come una paralisi dello spirito, una “morte prematura”. E’ vero invece che il suo teatro, comunque interpretato e recitato, è teatro di poesia applicata alla vita, e per questo il pubblico ne ha sempre riconosciuto l’autenticità, restandone avvinto.

Non mi sembra azzardata l’ipotesi suggestiva e da psicanalisi che Anton abbia abbracciato la professione di medico per vedere simbolicamente realizzato nell’atto di guarigione del paziente, da lui promosso, quel percorso di affrancamento dal male a livello sociale che lui come letterato poteva solamente limitarsi a tracciare nella sua prima fase, quella della descrizione “reale” dei fatti, perché da essa nascesse poi un’evoluzione delle coscienze. Cechov viene descritto dai critici come un essere pieno di contraddizioni, quando agli occhi di chi come me ha imparato ad amare questo sottile e raffinato conoscitore dell’animo umano, esse invece si risolvono in una ricca e delicata tavolozza di sfumature: avverso ad ogni dogmatismo e dispotismo, ma lontano anche da ogni illusione anarchicheggiante, segretamente innamorato della vita, ma seriamente malato, sensibile alla sofferenza, ma freddo e lucido nell’analisi, tenero ma senza passioni, coinvolto attivamente nel sociale, ma con una spiccata aspirazione al ritiro distaccato. Nemico dell’oscurantismo e dell’ascetismo religioso, crede al progresso della scienza e della medicina, ma senza alcuna esaltazione. Il suo è un amore disincantato, che nasce dal contatto quotidiano con la sua e l’altrui sofferenza. Il suo stile narrativo e la sua rappresentazione teatrale rispecchiano fedelmente queste caratteristiche, confluendo in una miscela dolce-amara che lascia un’impressione sfuggente e cangiante nel lettore e nello spettatore. Basti dire che il regista Stanislavskij, ad inizio del XX secolo, fu spinto dalla novità del dettato teatrale cechoviano ad elaborare una particolate tecnica di recitazione basata sulla ricerca della sincerità, dell’espressione della complessità degli stati d’animo quotidiani e dei mezzi toni. Infine, last but not least, tutta la produzione cechoviana resta sempre connotata da quella vena umoristica che aveva segnato in maniera caratteristica i suoi primi brevi lavori, per cui la condizione umana è considerata sempre in chiave tragicomica, conferendo un’indispensabile leggerezza all’impianto descrittivo della storia.

Cercare di collocare correttamente Cechov nel flusso delle correnti storico-letterarie del suo tempo non è impresa facile, proprio perché il suo personalissimo approccio allo studio della natura umana, intriso sì di pietà e di amore, ma privo di ogni idealismo, lucido e distaccato nella tecnica descrittiva, si situa proprio a cavaliere fra il XIX e il XX secolo. Il suo teatro apre sì la via al futuro teatro dell’assurdo, ma non la percorre. “Da un secolo all’altro nel giardino del dottor Cechov”, così recitava un elzeviro di V. Strada sul Corriere della Sera del 19/11/93. Tanto lo scrittore si distanzia dagli empiti messianici dell’800, quanto è lontano da chi, come M. GORKIJ, pur partendo da un’analisi lucida e obiettiva, proclama poi di possedere una norma assoluta e di volerla estendere a tutta l’umanità, in nome del “realismo socialista”. Il rapporto d’amicizia fra Cechov e Tolstoj è molto significativo: il primo nutriva una profonda ammirazione per il grande vecchio, ma non concepiva, sino a sentirsene infastidito, le sue teorizzazioni in fatto di storia, arte e cultura, oltre a non possedere la sua fede, il secondo diceva del Nostro: “ Cechov è pieno di talento, ha senza dubbio un cuore buonissimo, ma al momento non sembra avere un punto di vista ben definito sulla vita”. Quello che a Tolstoj sembra un difetto è proprio la caratteristica precipua delle nuove correnti artistiche fin de siècle: dopo gli eccessi svenevoli del Romanticismo si torna ad esaminare freddamente la realtà per quella che è, senza slanci ed interpretazioni, e soprattutto senza conclusioni. Ed ecco Il naturalismo francese di Zola e Guy de Maupassant, come Il verismo italiano di G. Verga e G. Deledda. Un medesimo afflato percorre questi autori, frutto di una particolare stagione dello spirito che in quel momento domina la scena, anche se poi ognuno conferisce alle sue creazioni la nota distintiva della propria personalità. VERGA ad esempio ama e comprende i suoi personaggi, ma li immerge in un’aura di tragica fatalità dettata dal loro ruolo sociale che non gli è concesso di superare (vedi il giovane ‘Ntoni e Mastro Don Gesualdo), com’era inevitabile nel darwinismo sociale dell’Autore. I personaggi di Cechov non raggiungono mai la tragica disperazione di quelli verghiani non per come finiscono le loro storie, spesso altrettanto infelicemente, ma perché nelle loro vicende e nell’ronia e nella comicità con cui il loro autore le descrive si intravvede un possibile finale differente, magari affidato ad un futuro in cui l’uomo saprà essere “diverso” e non creare delle “tragifarse” come ne “Il giardino dei Ciliegi”.

La figura di Cechov, in quanto nemico di tutti gli –ismi, è oggi ancora più attuale. Egli può aiutarci ad affrontare la vita senza illusorie speranze ma anche senza ingannevoli disperazioni, guardando a noi stessi e agli altri con lucidità e tanta, tanta compassione. E se poi riuscissimo ad usare l’arma del’ironia e dell’umorismo per accostarci di più al nostro prossimo, e non invece per intenti corrosivi, forse sarebbe più vicino quel mondo diverso che il grande scrittore russo silenziosamente preconizzava.

Fonti e bibliografia: – Wikipedia – L. Gigli (Cechov con Cechov) da Wikiquote –

– V. Strada (Da un secolo all’altro nel giardino del dottor Cechov) Corriere della Sera del 19/11/93 –