Un piccolo grande Paese – Viaggio in Libano

Libano_300_Art_0La vostra gioia è il vostro dolore senza la maschera. E il pozzo da cui scaturisce il vostro riso fu spesso pieno delle vostre lacrime. E come potrebbe essere diversamente? …
…La vita, e tutto ciò che vive, è concepito nella nebbia e non nel cristallo. E chissà che il cristallo non sia nebbia che disfa…
Cio’ che in voi appare più fragile e informe è in realtà più forte e determinato.
Il Profeta – Gibran Kahlil Gibran

Se il coraggio è rimanere nel mezzo della battaglia, esserci nei conflitti della vita, il Libano è sicuramente un Paese coraggioso, capace di vivere con forza e sopportazione una storia complessa e travagliata in nome di un’armonia cercata e voluta in ogni ambito dell’esistenza. Il pluralismo religioso e politico che questo Paese sostiene e rivendica da sempre, riconoscendolo connaturato alla sua nascita, lo rende davvero unico – e pericoloso – nel contesto mediorientale. Perché in Libano ci sono tutti: maroniti, musulmani, ebrei, drusi, greco-ortodossi, armeni, laici, conservatori, fondamentalisti, progressisti… Li’ si combattono le guerre decise altrove e trovano rifugio sia i palestinesi sfrattati, sia i profughi siriani, sia gli esiliati dalla storia degli altri.
E sì che è piccolo, grande quanto mezza Lombardia, una striscia di terra tra mare e monti. Visitandolo senti la densità della sua anima, fatta di integrazione faticosa che lascia ferite aperte e cicatrici, ma che continua a cucire questa trama ricca e colorata, intrecciata tra Occidente e Oriente.

E così è normale visitare templi romani, parlare arabo e francese nello stesso discorso, andare a prendere un caffè fumando narghilè con una donna velata e una in minigonna, fotografare grattacieli di vetro a ridosso di palazzi ottocenteschi trivellati, parcheggiare dietro un carro armato, tra un suv dai vetri schermati e un’utilitaria con i volti di Che Guevara e San Charbel che guardano dallo specchietto retrovisore, perdersi in un suk festoso o nel down town di Beirut, un’oasi sontuosa e silenziosa…
Ogni persona, ogni sguardo, ogni cosa ti dirà: sono libanese.
Lo è anche chi è emigrato dall’altra parte del mondo durante la guerra e continua a volersi tale. L’identità è fatta dell’amore per questa terra che, come una madre, nutre e lascia andare i suoi figli a vivere la loro avventura; è quel cordone che li unisce e li riporta poi al suo grembo, al di là di come sono cambiati e di come stanno costruendo la loro esistenza.
Il dramma della vita si svolge nell’esperienza, cadendo e rialzandosi attraverso le contraddizioni della realtà, e non può essere fermato perché è più potente di tutte le morti: il Libano lo sa, apre le braccia e sempre lo accoglie.

Consigli di lettura: i libri di Hoda Barakat: “L’uomo che arava le acque” e “Lettere da una straniera”; i libri di Amin Maalouf; le poesie di Joumana Haddad.
Da vedere: i film “La donna che canta”, diretto da Denis Villeneuve e tratto da un’opera teatrale di Wajdi Mouawad, e “Caramel” di Nadine Labaki.

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Alessandra Bocchi

Sono nata a Milano nel 1972. Da bambina scrivevo poesie e mi piaceva giocare nei boschi, crescendo ho iniziato a viaggiare alla scoperta del mondo fuori e dentro di me.
Ho frequentato il Liceo Classico e ho studiato Filosofia all’Università di Milano, in seguito ho lavorato nel campo della comunicazione per dieci anni. Nel frattempo ho praticato Tai Chi Ch’uan e ho continuato a studiare le culture e le filosofie orientali.
Sono la mamma di un bambino dagli occhi luminosi il cui arrivo ha segnato una svolta nella mia vita e con lui ogni giorno imparo qualcosa di più.
Nel giugno del 2013 mi sono diplomata a Energheia. Attualmente faccio volontariato presso una Fondazione che si occupa di adolescenti, lavoro qua e là, e sono sempre più felice di quello che faccio.