Torino esoterica – prima parte

Ma sol il peregrino ed alto ingegno
ch’ ascende al cielo, e gli stellanti chiostri
di spera in spera al fin trapassa e varca
i confini del mondo, e i spazi angusti
esposti a’ sensi, e con eterna pace
si congiunge a le pure eterne menti.
(Torquato Tasso, Il mondo creato, ed.2007; vv. 624-29)

Abbiamo voluto intitolare il nostro racconto sui giorni a Torino volutamente con un aggettivo, esoterico, che ci rimanda più alla suggestione che la città ha fatto risuonare nelle giornate in cui l’abbiamo abitata attraverso le piazze, le chiese, le mostre, i grandi spazi definiti dalle montagne in lontananza, che dal simbolo cui spesso si associa: il toro o la storia dell’industria delle macchine (Fiat).

Siamo partite da un semplice giro nelle piazze principali che si incontrano partendo dalla stazione: Piazza Carlo Felice (di Savoia, re di Sardegna) costruita nel 1861, contornata da Palazzi ottocenteschi che accoglie il giardino Sambuy; Piazza Castello, il cuore della storia e della politica di Torino, voluta dai principi di Savoia-Acaia come area per eventi dinastici che apre a Palazzo Reale e Palazzo Madama, l’antico castello da cui la piazza prende il nome. Alla fine del grande spazio quadrangolare, quasi senza accorgersene, ci si trova di fianco alla Chiesa di San Lorenzo. La particolarità di Piazza Castello, che invita a una composizione essenziale e ordinata di facciate di palazzi, è di integrarsi in modo continuo con l’uniformità architettonica della Chiesa di San Lorenzo -detta Real Chiesa– che non può far immaginare di essere tale neanche dalla cupola. E’ stata voluta da Emanuele Filiberto che aveva fatto voto con il suo esercito di erigere una Chiesa dedicata al Santo, dopo la vittoria contro i francesi (S. Quentin, Fiandre, 1557). Non potendo erigerne subito una, aveva fatto restaurare la cappella ducale di Santa Maria ‘Ad Praesepe’, che precede l’ingresso nell’attuale Real Chiesa.

Il 10 maggio 1567 per volere di Emanuele Filiberto, la Sacra Sindone è portata a Torino e posta sull’altare della cappella di San Lorenzo. In quel giorno alla cerimonia era presente anche Torquato Tasso che dedicò alla venerazione della Sacra Sindone alcuni versi:

‘Nutri quest’alma si pensosa ed egra, La qual sospira, e mentre ferve e langue, In Dio tu la ristora e riconforta. Tal ch’ella adori in questo Corpo integra La divina costanza, e in questo sangue Meraviglioso, onde la morte è morta’.   

Occorre aspettare Guarino Guarini, nato a Modena, per iniziare a erigere la Real Chiesa che si può visitare oggi. I lavori cominciano nel 1666 e durano tredici anni. La peculiare architettura di Guarini è costruita con la luce -filo conduttore- che invita il visitatore a elaborare il percorso evolutivo simbolico. Questo nella Chiesa di San Lorenzo è ben visibile poiché la parte bassa è scura e non ha finestre, rappresentando la vita terrena dell’umanità. Una prima luce è percepibile nel livello delle quattro loggette che sono metafora dei quattro elementi della Natura (acqua, aria, terra e fuoco). Rispettando la natura e riconoscendo i nostri limiti possiamo evolverci fino a contattare la nostra parte divina che ci appartiene e che Guarini rappresenta nella cupola che appare luminosa, rispetto alla parte bassa. E’ come alzare gli occhi al cielo nel radicamento della terra ma nell’elevazione da essa. La geometria della Chiesa è impostata sulla figura dell’ottagono. Guardando la cupola in alto si ammira la struttura di archi incrociati che formano un fiore a otto petali che riprende a sua volta sul pavimento la stella a otto punte, in corrispondenza proprio dello Spirito Santo raffigurato nel punto più alto e sostenuto da affreschi dei quattro evangelisti.

Trovarsi in questa Chiesa, avendo approfondito questi aspetti, apre l’opportunità di leggere la sua struttura architettonica e artistica con una maggiore consapevolezza delle radici storiche della nostra umanità e quindi del nostro percorso evolutivo, preservate volutamente attraverso raffigurazioni simboliche di cui però gli antichi, a differenza di noi in questa fase storica, avevano rispetto e desideravano tramandare. E’ come se, di fatto, ad ogni passo fossimo accompagnati da chi, venuto prima di noi, ha compreso le tappe e i significati a esse associati per trasformare la materia di cui siamo composti in ponti di comunicazioni con la bellezza divina cui, per evoluzione, dobbiamo tendere.

Un altro esempio è ben rappresentato dal culto dei morti degli antichi Egizi che è possibile ritrovare nel percorso proposto al Museo degli Egizi. ‘La strada per Menfi e Tebe passa da Torino’ (JF Champollion -decifratore dei geroglifici egizi- 1824), a significare che il Museo degli Egizi di Torino è il più importante, per quantità e valore dei reperti, dopo quello del Cairo. In quest’antica civiltà la morte non era un tabù: la sua certezza fin dal momento della nascita costituiva opportunità di preparazione durante tutto il percorso di vita. Gli egiziani ritenevano che la morte fosse una transizione a piani diversi di vita dove la materia del corpo assumeva le stesse sembianze ma di minore densità.

Il processo di mummificazione era pensato per il corpo eterico -Ka- che continuava a vivere all’interno delle piramidi dove erano ricreate, attraverso rappresentazioni simboliche di oggetti particolari (statue, vasi contenenti cibo e unguenti, mobili contenenti vestiari..), le attività di vita quotidiana del defunto. Spesso questi oggetti erano dipinti con geroglifici il cui significato esoterico rimandava alla possibilità di sostenere il Ka nel suo percorso dopo la morte del corpo fisico. Il libro dei morti degli Egizi contiene una serie di formule e di rituali utili a superare una serie di prove che avrebbero condotto il defunto verso l’immortalità. Una delle traduzioni di questo Libro, infatti, è ‘Libro per emergere nella luce’. Il sarcofago era ad esempio chiamato ‘possessore di vita’, la parte superiore che lo chiudeva rappresentava il cielo, la parte inferiore, la terra e i lati indicavano i quattro punti cardinali. Spesso sul sarcofago in corrispondenza del volto del defunto erano dipinti gli occhi che simbolicamente servivano a non perdere il contatto con il mondo.

Esula dall’articolo l’approfondimento di quest’affascinante civiltà, anche perché nel nostro percorso attraverso lo yoga stiamo apprendendo che al di là delle forme con cui le cose possono essere descritte, le leggi della vita non cambiano.

Ciò che mi ha colpito, rileggendo alcune spiegazioni sul culto dei morti nel Museo Egizio, è stata la distanza che attualmente l’essere umano mette tra la vita e la morte, come se quest’ultima non ne potesse fare parte. I condizionamenti imposti dalla cultura del ‘bello a tutti i costi e sempre perfetto’ di questa era, non aiutano a percepire la sacralità che la morte dovrebbe avere. Le immagini proposte dai mass media che giornalmente trasmettono morti sanguinarie come se fossero normali, creano sempre maggiore distanza da questa parte fondamentale della vita -la morte- incutendo paura proprio perché espropriata della sua dignità. Gli Egizi, come anche altre civiltà e religioni, ci ricordano invece di quanto Amore sia possibile donare a chi sta vivendo il proprio morire, con la cura di chi sente la vita in ogni piccolo gesto dedicato a chi sta morendo.

Amore, dal latino A-mors che significa senza morte.

Questo articolo è stato scritto con Isabella Lenza, di Torino, a lei e a Bruno, Samuele e Lorenzo è dedicato per l’amicizia e l’affetto con cui mi hanno accolto nella loro casa e fatto scoprire con dedizione la città di Torino.

Loredana Buonaccorso
Sono psicologa psicoterapeuta. Da 12 anni lavoro nell’ambito delle cure palliative dedicate all’Accompagnamento delle persone che si avvicinano alla morte del corpo fisico. Il mio lavoro mi appassiona perché mi offre l’opportunità di apprendere ogni giorno la bellezza della vita, anche dalle storie delle persone vicino alla morte.
Viaggiare è la mia ricarica energetica. Farlo da sola è la sperimentazione di nuovi spazi di comprensione di me stessa e la possibilità di sentire che la vita è sempre in viaggio con me, assieme alla mia macchina fotografica e alle poesie.
Dopo vari master e corsi di specializzazioni ho maturato la necessità di approfondire le tematiche della morte e del morire dal punto di vista spirituale, seguendo i corsi di primo e secondo livello di meditazione dell’Associazione Atman e poi iscrivendomi alla scuola Energheia per diventare insegnante.