Santiago de Compostela: la prima neve vista da un brasiliano – seconda parte

2parteSantiagoQuando il viaggiatore si è seduto sulla sabbia della spiaggia e ha detto “Non c’è altro da vedere”, sapeva che non era vero. La fine di un viaggio è solo l’inizio di un altro. Bisogna vedere quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è già visto, vedere in primavera quel che si era visto in estate, vedere di giorno quel che si è visto di notte, con il sole dove la prima volta pioveva, vedere le messi verdi, il frutto maturo, la pietra che ha cambiato posto, l’ombra che non c’era. Bisogna ritornare sui passi già dati, per ripeterli, e per tracciarvi a fianco nuovi cammini.
Josè Saramago

Quando ripenso al Cammino di Santiago, immagino un mondo in miniatura evoluto: persone differenti, di paesi, culture e lingue diverse, si comprendono, si aiutano, condividono. Sono capaci di costruire amicizie, darsi nuovi appuntamenti per altri viaggi, sostenersi anche dopo la fine del Cammino, invitare ciascuno nella propria città e offrire ospitalità. Durante il viaggio raccontano di sé senza separare la mente dal sentire emotivo: sono più vicine alla propria interiorità e percepiscono che l’incontro con l’Altro è più facile se si esprime ciò che si è. Parlano delle proprie difficoltà ma vi dedicano un tempo ‘giusto’ per lasciare spazio anche ad altro e viverle per quelle che sono: passaggi e trasformazioni.

Verso la metà del Cammino iniziano i passi più faticosi: le salite sono lunghe e le temperature pungenti. Il paesaggio aperto dei pascoli e delle campagne si racchiude nei tetti alberati dei boschi, con profumi di eucalipto. Prima di arrivare a O Cebreiro, il punto più alto e affascinante del Cammino, mi fermo a La Faba (910 metri) in Albergue municipale, gestito dall’Associazione tedesca degli Amici del Cammino. Gli Amici del Cammino sono persone che hanno percorso più volte il Cammino e che gestiscono volontariamente in alcuni periodi dell’anno i posti municipali a disposizione solo per i ‘peregrini’, così da offrire anche la propria esperienza. Ricordo con piacere la grande fatica provata per raggiungere La Faba: un sentiero tortuoso in salita, con piccoli ruscelli estemporanei formatesi dalla pioggia del giorno prima, ombreggiato da fitti alberi e secondo la mia percezione interminabile! Quando finalmente arrivo in cima, si apre uno spiazzo con una fontana, non ci sono alberi quindi il sole mi riscalda. All’entrata un gruppetto di persone arrivate prima siede al sole di fianco ai vestiti lavati e appena sente che siamo italiani (arrivo con il mio amico Alessandro) propone di organizzare una cena tipica in cui noi dovremo rendere merito alla fama del buon cibo italiano. L’accoglienza degli amici tedeschi è precisa e calorosa: ci invitano a un momento di ‘raccoglimento’ nella cappella adiacente all’Albergue. Non sapendo di che cosa si tratta decido di andare. Il gruppo è composto di dieci persone, tutte di nazionalità diverse: Alessandro ed io italiani, un canadese, due americani, una brasiliana, uno svizzero, uno spagnolo e due tedeschi. Leggiamo alcuni racconti sui Cammini percorsi da altri: l’organizzazione tedesca è di alto livello, sono scritte in tutte le lingue! Del passo che leggo io, mi appunto sul Diario di viaggio questo: “Stabilirmi nel mio proposito per arrivare alla meta”.

La mattina ci alziamo presto per arrivare a O Cebreiro: la fatica è proporzionale alla bellezza che ci accoglie. Antiche case dei pastori fatte di paglia e pietra, dette pallozas, circondano la Chiesetta preromanica di Santa María la Real. Ogni volta che finisco una tappa segnata sul Cammino dimentico tutti i pensieri fatti durante la fatica fisica: gradualmente comprendo che il lamento per il freddo, il peso dello zaino, l’impazienza di arrivare e riposare scorre parallelo alla gioia di sentire che ne vale sempre la pena.

Tra i tipici sali e scendi della Galizia arrivo una sera all’Albergue De C.F. Lusío, fuori dal Cammino francese. Il posto è surreale: fatico a distinguerlo dalla pietra in cui sembra essere stato intagliato; ha larghe vetrate che danno sul bosco di castagni. Nel borghetto c’è solo un’altra casa: quando chiedo dove cenare la ragazza che ci accoglie, ci porta direttamente a casa di una signora del posto. Quando non ci sono ristoranti, ceni a casa delle persone che danno la propria disponibilità a preparare ciò che uno chiede. Ricordo con affetto quella signora che vedendomi infreddolita mi sistema vicino alla sua stufetta e mi riempie di riso e patate. Ci spiega che il freddo di questi giorni è singolare, infatti, inizia a scendere la neve. Quando me ne accorgo inizio a preoccuparmi per l’indomani: ho un grande male alla caviglia ma non voglio fermarmi, anche perché Alessandro mi incoraggia ed è per me uno stimolo a camminare tante ore. Il giorno dopo tutti parlano della neve: è la prima volta che si vede in queste zone. Tutti sentiamo il freddo e pensiamo “Ma proprio quest’anno che ho deciso di fare il Cammino doveva nevicare?”. Poi un gruppetto di ragazzi ci racconta che un brasiliano appena ha visto la neve si è tolto i vestiti, rimanendo in pantaloncini e ringraziando per aver avuto la possibilità di vederla per la prima volta! Vorrei davvero ricordarmi con forza che le cose che ci succedono possono essere un insegnamento, anche quello di imparare a vederle da prospettive diverse, cercando di uscire dall’automatismo di percepire che non vadano nel modo giusto perché non le avevamo previste.

Proseguo il mio Cammino attraverso posti bellissimi, seguendo i miei ritmi e cercando la compagnia di altre persone, per scambi anche veloci che regalano sorrisi e incoraggiamenti perché sono verso la fine…

La notte prima di arrivare a Santiago dormo nell’Albergue del Monte do Gozo: cammino per quasi otto ore ininterrotte e sono esausta quando arrivo. Mi viene da piangere perché ho male alla caviglia e perché proprio sento che non ce la faccio più. Il signore che mi accoglie semplicemente mi dice di sedermi e di togliermi le scarpe perché sono a casa e posso riposare anche vicino al lui. Mi manda alcuni ragazzi che stanno facendo un’esperienza pratica tramite la loro scuola per imparare ad accogliere i ‘peregrini’. Quei ragazzi mi ridanno energia, facendomi tante domande e parlandomi anche delle loro vite.

Ricordo l’arrivo a Santiago come un puntino: sono le otto e non c’è ancora nessuno. L’atmosfera mi risuona come un film che racconta le imprese dei Templari. Di fronte alla Cattedrale rivedo le giornate passate e penso che sono contenta di essere arrivata ma soprattutto di essermi sperimentata in questo piccolo viaggio. Sento che mi sono nutrita di pensieri, emozioni e immagini nuove ma soprattutto di significati altri rispetto a quelli con cui sono partita.

Santiago2parteProseguo per Finisterre, il punto estremo della costa europea ma in autobus perché la caviglia gonfia non mi permette di camminare. Finis terrae – fine della terra, era il punto più lontano della terra dopo il quale nulla si conosceva, fino al Medioevo. Il paesaggio cambia nuovamente: la costa galiziana offre spiagge emozionanti decorate nel mare dalle barche dei pescatori. Vedo orizzonte, sembra il nulla, una distesa infinita di acqua. Pace, calma, gabbiani, grande silenzio. Dopo tanti giorni di Cammino arrivare in autobus è strano, quasi invidio i pellegrini che vedo dal finestrino. Arrivare a piedi da’ un senso di pienezza, solidità, conquista e umiltà che sono uniche per me. E questi sono altri significati che metto nel mio zaino, pronta per organizzare un altro viaggio.

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Loredana Buonaccorso

Sono psicologa psicoterapeuta. Da 12 anni lavoro nell’ambito delle cure palliative dedicate all’Accompagnamento delle persone che si avvicinano alla morte del corpo fisico. Il mio lavoro mi appassiona perché mi offre l’opportunità di apprendere ogni giorno la bellezza della vita, anche dalle storie delle persone vicino alla morte.
Viaggiare è la mia ricarica energetica. Farlo da sola è la sperimentazione di nuovi spazi di comprensione di me stessa e la possibilità di sentire che la vita è sempre in viaggio con me, assieme alla mia macchina fotografica e alle poesie.
Dopo vari master e corsi di specializzazioni ho maturato la necessità di approfondire le tematiche della morte e del morire dal punto di vista spirituale, seguendo i corsi di primo e secondo livello di meditazione dell’Associazione Atman e poi iscrivendomi alla scuola Energheia per diventare insegnante.

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