Santiago de Compostela: alla ricerca della freccia gialla – prima parte

Santiago1Tutto passa e tutto resta,
però il nostro è passare,
passare facendo cammini,
cammini sopra il mare.

Viandante sono le tue orme
Il cammino, e niente più.

Cantares, Antonio Machado.

Percorro 320 kilometri per arrivare a Santiago de Compostela, partendo da León. Dopo uno studio laborioso, organizzo il tragitto per arrivare alla meta in due settimane, a piedi. Come sempre mi succede nei viaggi, quello che la mia mente vuole prevedere per un bisogno di controllo non mi accade, dal primo giorno. Mi sveglio presto perché non riesco a dormire: il monastero benedettino di Santa Maria de Cabajal, dove arrivo la sera prima, ha 130 letti. Questo significa una grande sinfonia di persone che russano! In più sono emozionata, e il caminoSantiagodesiderio di camminare, dopo l’allenamento al parco dietro casa con zaino e scarponi, stimola la mia energia. Quando esco, è ancora buio: penso che a breve posso godere dei colori dell’alba. Vado in cerca della famosa freccia gialla di cui il Cammino è costellato, ma non la trovo. León è una città grande: tutto tace intorno a me, non posso chiedere informazioni e la mia guida conferma che è difficile trovare le frecce in questa città. Subito mi preoccupo: ancora adesso non riesco a comprendere perché ho iniziato a pensare che non ce l’avrei fatta a trovare la strada, che tutti avevano percorso il Cammino senza problemi, mentre io non riuscivo neanche a trovare la prima freccia. Mi è servito questo inizio insolito: è importante ricordarmi che la mente può essere molto creativa sia in positivo sia in negativo.

Decido quindi di procedere verso la Cattedrale di Santa MarÍa la Regla, imponente stile gotico. L’alba inizia a illuminare i primi ‘peregrini’, sono pochi e anche questo è singolare: in ogni caso ne seguo uno, convinta che sappia più di me dove trovare la freccia gialla. Dopo mezz’ora e nessuna freccia all’orizzonte decido di proseguire da sola. Penso che dopo tutto l’impegno che ho messo per immaginarmi questo viaggio non voglio dipendere dal seguire qualcuno, ma partire dal mio coraggio e dalla mia intuizione. Creato questo pensiero, trovo la freccia.

Inizio a godermi il paesaggio e a entrare nel senso che questo Cammino ha per me: conoscere persone che viaggiano, capire che cosa le motiva a questo Cammino, imparare cose nuove di me, sentire la fatica dei passi sulla strada, scattare foto. Comprendo subito che la soluzione migliore è quella di non dormire nelle tappe principali riportate nella guida, ma proseguire per i paesini vicini. Questo permette di parlare con chi veramente può raccontare la storia del Cammino: i saggi anziani. Loro sono il vero senso dell’orientamento: sanno trovare frecce anche in mezzo ai boschi!

Da León arrivo a Villavante, percorrendo 30 km. Entro in Albergue Santa Lucia poco prima di un temporale, che prosegue per tutta la notte. Conosco i primi italiani: a cena condividiamo le esperienze che ci hanno portato al Cammino. Riparto la mattina sotto l’acqua, ma ben attrezzata. Devo arrivare a San Justo de la Vega: osservo come il paesaggio intorno a me cambi. Il giallo dei campi di grano muta gradualmente nel verde che caratterizza la Galizia, anche i profumi cambiano: il secco deciso del grano cede il posto al muschio dei boschi. Arrivando al Crucero de Santo Toribio, un’altura di 900 metri, mi fermo a riposare nella Casa de los Dioses. Un signore con occhi verdi e denti bianchissimi di cinquanta anni e un ragazzo di ventisette offrono uno spazio di ‘ristorazione’, con frutta fresca e thè caldi. Non chiedono soldi: pensano che il Cammino debba essere accessibile a tutti, anche a chi non ne ha. Mi allietano della loro semplicità e riposata riparto sotto l’acqua verso Astorga. Entro in questa città, antico centro asturiano e romanico, per le mura della Puerta del Sol. Finalmente esce il sole e posso ammirare la cattedrale e il Palacio Episcopal. Sono circa le quindici, cammino dalle otto ma non mi voglio fermare a dormire in città perché c’è molta confusione. E’ Aprile e ci sono le feste dedicate alla Pasqua.

Arrivo in un piccolo borghetto, Valdeviejas, dove trovo posto in Albergue municipale Ecce Homo, dormitorio accogliente e pulito. Qui conosco due ragazzi: Alessandro, vicino di casa, Reggio Emilia, con il quale arriverò a Santiago e un ragazzo tedesco, Josh, che poi rivedrò più volte sul Cammino. Durante il percorso, infatti, incontri persone con le quali ti dai appuntamento alle tappe successive. Così nel rispetto dei tempi di ciascuno, sei consapevole che qualcuno ti aspetta sempre all’arrivo e questo scalda il cuore. Mentre loro riposano, io decido di andare a scattare foto e vedo per la prima volta da vicino i nidi delle cicogne. Sono enormi: costruiti sui comignoli delle chiese. Il cielo è blu profondo perché c’è molto vento che lo rende puro. Contenta, rientro per cena e poi mi chiudo nel mio sacco a pelo.

La mattina parto prima del solito e faccio uno dei tragitti più belli del Cammino: per tre ore sono proprio sola, abbracciata dal silenzio del paesaggio che inizia a comporsi di montagne. Intravedo i Montes de León: in questa ‘solitudine’ ascolto il mio respiro e gli uccelli con dolcezza mi accompagnano fino a Rabanal del Camino, presidio dei Templari nel XII secolo. Da questo punto inizia una salita di 1200 metri, per arrivare alla Cruz de hierro. E’ un lungo e semplice palo di legno a forma di croce, alla cui base si è formata una montagnola di pietre lasciate dai pellegrini come segno simbolico di liberazione dell’anima.

In quel momento penso che i pesi non servano, ma non posso sempre andare a Santiago de Compostela per sentire la fatica di portarli e quindi agire per cederli. Son fiduciosa nell’apprendimento reiterato verso la mia felicità. E senza sassi nelle scarpe, con occhi attenti per vedere la bellezza che mi circonda, proseguo nel mio Cammino sulla strada interiore.

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Loredana Buonaccorso

Sono psicologa psicoterapeuta. Da 12 anni lavoro nell’ambito delle cure palliative dedicate all’Accompagnamento delle persone che si avvicinano alla morte del corpo fisico. Il mio lavoro mi appassiona perché mi offre l’opportunità di apprendere ogni giorno la bellezza della vita, anche dalle storie delle persone vicino alla morte.
Viaggiare è la mia ricarica energetica. Farlo da sola è la sperimentazione di nuovi spazi di comprensione di me stessa e la possibilità di sentire che la vita è sempre in viaggio con me, assieme alla mia macchina fotografica e alle poesie.
Dopo vari master e corsi di specializzazioni ho maturato la necessità di approfondire le tematiche della morte e del morire dal punto di vista spirituale, seguendo i corsi di primo e secondo livello di meditazione dell’Associazione Atman e poi iscrivendomi alla scuola Energheia per diventare insegnante.

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