Quel detto di Don Rino…

Come ho scritto nel mio primo articolo per questo portale, sono sempre stato attratto dalla saggezza in genere. Fin da piccolo, i proverbi, i detti e le citazioni hanno esercitato su di me un fascino irresistibile. Come se leggendo quelle poche parole, potessi assaporare il distillato dell’esperienza della vita. Su qualunque argomento, peraltro. E a questo proposito…

Si chiamava Rino. Rino Martinbianco. Ma per tutti noi era Don Rino. Veneto di origini e salesiano di vocazione. Alla scuola media San Filippo Neri di Lanzo torinese era il nostro insegnante di italiano. Ma non solo: anche di musica, di latino e… di Vita. Lo ricordo davvero come se fosse ieri. Portava la veste lunga e il cappello a caciotta in testa. Camminava spesso per i corridoi e le aule accompagnandosi con un bastone, che, poi, utilizzava per spiegare alla lavagna. Aveva la faccia tonda e il corpo pasciuto. Non era anziano, ma si presentava come un sacerdote d’altri tempi. Stava con noi a lezione, ma anche durante quella che, allora, si chiamava ricreazione. Ci insegnava a giocare a pallavolo. Si intrufolava in campo durante le partite a calcetto, correndo come poteva per via di quella veste che gli arrivava fino ai piedi. E alla festa di Natale, nel grande teatro dedicato a San Giovanni Bosco, di fronte a tutti i nostri genitori, dirigeva il complesso musicale di noi ragazzi. Non legava molto con i confratelli. Ma per noi era un grande. Sì, perché non si comportava solo da insegnante, ma anche da mentore: secondo il più autentico spirito salesiano. Ricordo ancora quando qualcuno di noi era triste. Lui lo vedeva, gli andava vicino e gli chiedeva: “Cosa c’è?” E, ascoltata la risposta, diceva: “Non te la prendere: tanto il mondo gira lo stesso!” Sì, ci insegnava la saggezza. E tra tutte le cose che ho sentito dire da lui, la più bella, la più profonda che ricordo è una citazione di Sant’Agostino. Dovettero, però, passare un po’ di anni, dall’esame di terza media, perché potessi comprendere davvero l’importanza di quella frase…

A inizio anni duemila, quindi quasi vent’anni dopo, mosso sia dal desiderio di trovare risposte alle grandi domande della Vita, sia da quello di portare poi quelle risposte alle persone, mi iscrissi a Energheia. Un scuola nella quale venivano e vengono trasmessi i più profondi insegnamenti dell’antica saggezza esoterica e le più potenti pratiche di meditazione appartenenti alle millenarie tradizioni spirituali. In quei tre anni di “intenso studio e di profonda alchimia spirituale”, come recita ancora oggi lo slogan della Scuola, affrontai, in teoria e in pratica, il problema della sofferenza dell’essere umano e del suo legame con la non innocuità o distruttività dell’uomo. Ovvero, cominciai a vedere da un’angolazione diversa il problema del cosiddetto ‘peccato‘. Avevo sempre pensato che commettere un peccato volesse dire fare qualcosa di male a qualcuno o a qualcosa. Ma ben presto l‘antica saggezza mi insegnò che il primo fruitore degli effetti del peccato è proprio chi lo compie. Pertanto, se prima il desiderio di non commettere peccati aveva avuto un movente ‘solamente’ morale, poi ne assunse un altro, almeno della stessa importanza: non causare sofferenza, immediata o differita, a me stesso. Così, il desiderio di comprendere se un dato comportamento potesse essere classificato come peccato o meno assunse ancora più importanza. Per me, come per i miei compagni di Energheia, divenne la norma porsi costantemente il problema della correttezza dell’agire. Cercavamo un criterio che ci dicesse se quell’azione, quella parola, quel pensiero fossero giusti o meno. Ma il nostro Mentore, Massimo Rodolfi, che era ed è anche il fondatore e il direttore della Scuola, costantemente ci ammoniva, dicendoci di non cercare quel criterio nella nostra testa, bensì nel nostro cuore… Ovvero, fuor di metafora: non di ragionare, ma di sentire. In altre parole ancora, se prestando ascolto al nostro animo -cosa tutt’altro che scontata per mancanza di abitudine- avessimo sentito un sentimento di innocuità, qualunque cosa fossimo sul punto di fare o di dire o di pensare sarebbe appartenuta alla categoria delle cose buone. In caso contrario, invece… E fu allora che ricordai quella che per me è la più bella frase che Don Rino, citando Sant’Agostino, ci ha lasciato. Una perla di saggezza che costituisce il criterio universale per distinguere se ciò che stiamo facendo è peccato o meno, se si può fare o non fare. Una frase di una semplicità sconcertante, eppure di una profondità immensa. Eccola:

“Ama. E fa ciò che vuoi!”

Non ha importanza ciò che stai facendo o dicendo o pensando. Tutto si può fare, dire o pensare. A patto che sia innocuo. Così anche un’azione energica -come quando Gesù cacciò i mercanti dal Tempio- può essere buona, perché fatta a fin di bene. Come, al contrario, anche un comportamento mite -come quando Giuda baciò Gesù per consegnarlo a chi lo avrebbe crocifisso- può essere cattivo, perché fatta a fin di male. Tutta la morale, tutta l’etica sono racchiuse in quella citazione. Non serve altro.

In questo articolo, ho voluto ricordare quelli che sono stati finora i due mentori della mia vita. Massimo Rodolfi continuo a sentirlo ai suoi corsi e a leggerlo nei suoi libri e ne sono diventato uno stretto collaboratore, come istruttore alla scuola Energheia in Piemonte. Don Rino, invece, da un po’ di tempo, non è più tra noi… E’ mancato il 14 luglio di alcuni anni fa. Data di un importante avvenimento della Rivoluzione francese, che lui ci aveva insegnato a ricordare con una delle sue battute: la presa della… Pastiglia! Però, oggi, quando dal balcone di casa mi affaccio verso le montagne delle Valli di Lanzo, l’occhio va alla Vaccarezza: la bella montagna che lui era solito salire in estate. E su quella montagna, con il suo bastone, la veste lunga e il cappello a caciotta, mi pare di vederlo [1] e di sentirlo dire: “Gianluca…” E, allora, gli sorrido. Come facevo allora.

[1] https://it-it.facebook.com/donrinomartinbianco/