Portogallo: colori e tradizioni

‘Oggi il viaggiatore arriverà a Porto. Pranzerà da queste parti, in uno di questi piccoli paesi, lontano dagli agglomerati rumorosi. Eviterà le strade principali, vuole distrarsi passando per questi stretti cammini che collegano gli uomini e i loro vicini, collezionando nomi singolari, da nord a sud..’

J.Saramago, Viaggio in Portogallo

Ritorno in Portogallo dopo cinque anni, partendo da Oporto, città del nord e scendendo con la macchina fino a Ericeira. Il tragitto contrario rispetto al primo itinerario che da Lisbona, tra costa ed entroterra, mi aveva portato a Oporto. L’idea alla partenza è di perdermi nelle stradine tipiche dei borghi bianchi, prevalentemente di pescatori, che caratterizzano molta parte del Portogallo, curiosa e aperta al confronto rispetto ai bei ricordi della prima volta. Arrivo a Oporto la mattina presto, con una gran voglia di girare, senza un itinerario preciso, per comprendere come questa città, la seconda più grande del Portogallo dopo Lisbona, si presenta dal punto di vista architettonico e dell’atmosfera. In modo alternato quindi salgo e scendo tra strade più ampie, che incontrano spazi verdi e chiese, e vicoli più stretti, tipici dei quartieri antichi. La Ribeira è il quartiere che si affaccia sul fiume Doiro, conserva i colori pastello delle case che sembrano essersi adattate alla conformazione del territorio, proprio adagiate al percorso che porta fino al fiume. Questo è visibile dai punti più alti, dove si possono osservare i tetti delle abitazioni e scene di vita quotidiana, donne che stendono i panni colorati e spazi dedicati ai lavatoi. Gli scorci delle vie, a tratti illuminati dal sole e dipinti da murales, fanno intravedere il ponte di ferro, costruito da un assistente di Gustav Eiffel, che arriva fino alla città gemella Vila Nova de Gaia. Salgo verso il ponte a piedi, per poi arrivare dall’altra parte e scendere alla zona dedicata alle cantine. Oporto è variegata, la sua conformazione fatta di salite e discese è una forma perfetta per delimitare diverse sue caratteristiche, come se arrivati in cima a una via si aprisse un altro tipo di paesaggio con la sua architettura e nuove cose da scoprire. Ampie piazze e musei di arte moderna e anche il centro portoghese di fotografia, si affiancano a chiese esternamente arricchite di tipici azuelejos, per poi incontrare uno spazio verde di uliveti che invita a un ritrovo di piccole taverne e caffè. Spesso nel fermarmi a osservare da qualche punto il paesaggio verso il fiume, sono affiancata dai gabbiani che mi ricordano il profumo del fiume che da lontano richiama la voglia di vedere l’oceano. Passando per Barredo, quartiere caratterizzato da un’atmosfera medioevale che racchiude la zona delle cattedrali, arrivo alla Cattedrale di Oporto. Anticamente costruita come chiesa fortezza, è stata interessata da ampliamenti nel tempo che la rendono varia nel suo stile, un misto di romanico, gotico e barocco. Posta su una collina, si erge in modo solido, sembra avvolgerti, lasciando intravedere qualche scorcio di spazio aperto nuovamente verso il fiume. La facciata maestosa è stata costruita da Niccolò Nasoni, architetto italiano che ha contribuito in più punti alla costruzione delle bellezze di Oporto. La prima cosa che si nota è la decorazione con azulejos che accompagnano dolcemente all’entrata attraverso scale a destra e sinistra della facciata, che aprono a navate gotiche. Si notano le aggiunte, è come entrare da una porta all’altra solo intuendolo perché nel tempo la diversità è diventata unione e si percepisce il nuovo creato dalle aggiunte. L’interno è un’espressione di luce d’oro che decora l’altare, a sua volta contornato dagli affreschi di Nasone: la mano dell’uomo può creare bellezze che stupiscono, a fronte della distruzione di cui al pari è capace. La Cattedrale si affaccia nella piazza Terreiro da Se’, con alti palazzi che invitano a un nuovo percorso.

Il richiamo dell’oceano mi fa’ partire verso Nazaré: borgo di pescatori, dove il tempo si è fermato. E’ rimasto pittoresco, con le sue barche, le reti e le mogli dei pescatori con abbigliamento tipico colorato che vendono pesce sul litorale. Questa cittadina è conosciuta anche perché la sua particolare caratteristica morfologica crea onde di altezza e potenza non confrontabili con il resto della costa. Nella parte alta dove è posto il faro, sotto il promontorio Sìtio alto 320 metri, l’oceano riesce a creare onde anche di 30 metri di altezza. Arrivo a Nazaré proprio il giorno dei campionati mondiali di surf, che non a caso si organizzano da anni qui, e rimango colpita dalla potenza del rumore delle onde, dalla spuma che riflette il sole e dai surfisti che a fatica intravedo su quelle onde altissime. Avrò modo di parlare con alcuni di loro per capire che cosa provano nel mezzo di quella potenza della natura. In particolare uno di loro mi spiega che da sempre gli hanno insegnato ad avere rispetto di questa forza, quasi un’autorità, che ogni giorno gli ricorda i suoi limiti e l’importanza di non sovrastare ciò di cui è parte ma appunto di sentirsene parte. Vivo il tempo che rimango a Nazarè riempiendo i sensi del ritmo delle onde, ascoltando il mio respiro, soprattutto la mattina presto quando il borgo ancora dorme.

Infine arrivo a Ericeira, con le sue stradine bianche e le porte delle case decorate con i colori blu, giallo e rosso. Nuovamente l’oceano si apre a mezza luna lungo la costa su cui la cittadina si affaccia. Tutto è pulito e decorato con cura, nuovi negozi e ristoranti sono stati aperti rispetto a cinque anni fa, ma l’equilibrio fra tradizione e cambiamento è conservato. Le persone sono cordiali e aperte, semplici nella loro comunicazione, a partire dalla cucina in piccole taverne sempre accompagnata da buon vino. Questo mi è rimasto del Portogallo: il valore delle tradizioni, i colori che incontrano il mare, la tranquillità, il ritmo armonioso delle onde dell’oceano. E la presenza di tante chiese anche in piccoli paesi, come la Chiesa di Nostra Signora di Nazaré sul Sìtio e chiesette bianche a Ericeira, con insospettabili decorazioni interne. Tutto curato dalla mano delle persone del luogo e non toccato per modernizzare ciò che è già in armonia da sempre con il senso di chi lo ha costruito.

Loredana Buonaccorso

Sono psicologa psicoterapeuta. Da 12 anni lavoro nell’ambito delle cure palliative dedicate all’Accompagnamento delle persone che si avvicinano alla morte del corpo fisico. Il mio lavoro mi appassiona perché mi offre l’opportunità di apprendere ogni giorno la bellezza della vita, anche dalle storie delle persone vicino alla morte.
Viaggiare è la mia ricarica energetica. Farlo da sola è la sperimentazione di nuovi spazi di comprensione di me stessa e la possibilità di sentire che la vita è sempre in viaggio con me, assieme alla mia macchina fotografica e alle poesie.
Dopo vari master e corsi di specializzazioni ho maturato la necessità di approfondire le tematiche della morte e del morire dal punto di vista spirituale, seguendo i corsi di primo e secondo livello di meditazione dell’Associazione Atman e poi iscrivendomi alla scuola Energheia per diventare insegnante.

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