L’infanzia che non c’è più

infanziaI bambini! Non ci sono più. Li abbiamo fatti crescere in fretta. Non più figli ma quasi coetanei. Complici nei pasticci sentimentali e negli imprevisti della vita che gli adulti infantili non sanno più reggere da soli. Abbiamo ucciso i bambini perché ci siamo sostituiti a loro, barattando la loro irresponsabilità con la nostra. Ci siamo persi i bambini perché i bambini siamo noi. Queste parole, che condivido in pieno, le ho trovate sul quotidiano la Repubblica, in un articolo di Simonetta Fiori.
Me ne sono reso conto qualche giorno fa, quando mia moglie mi ha fatto leggere le lettere che i bambini del corso Yoga Bimbi avevano scritto per lei in occasione della consegna dei diplomini. Una lettera, in particolare, mi ha colpito, perché chi scriveva si definiva un bambino. Sembrerà banale ma questa parola mi ha squarciato la coscienza. Ci sono ancora bambini?

Certo, in giro ne vediamo tanti, ma sembrano tutti più grandi, come se avessero saltato le tappe dovendo divenire badanti emotivi di un adulto sempre più fragile. Li vediamo nelle pubblicità, sempre più erotizzati e ritratti in pose ammiccanti nelle foto di moda. Per non parlare dei festival canori dove, non di rado, li sentiamo cantare canzoni troppo grandi per la loro età. Inoltre le fiction propongono sempre più bambini che sono costretti al ruolo di consolatori di madri o padri in difficoltà.
Abbiamo trasformato le giornate dei nostri bambini in agende degne di un diplomatico. La nuova pedagogia è diventata l’organizzazione ed il resto scade in secondo o terzo piano. Stiamo passando il messaggio che educazione significa, al giorno d’oggi, soprattutto gestire. Il genitore perfetto è quello che riesce a riempire di impegni il tempo del figlio, con l’insano proposito di farlo diventare migliore, scordandosi che amare è saper cogliere i desideri, e non farli aderire ai propri.

Stimolati dai nuovi media, i bambini acquisiscono una capacità cognitiva che va ben oltre l’espansione emotiva. La conoscenza è aumentata, ma sapere non significa necessariamente essere attrezzati interiormente.
Le età della vita sembrano essere ridotte essenzialmente a due: quella della primissima infanzia e quella della vecchiaia. Per il resto abbiamo forme indistinte dove genitori e figli vestono allo stesso modo e talvolta parlano anche la stessa lingua che i media ci inculcano. Il conflitto generazionale che accompagnava la crescita dei bambini, rischia di essere sostituito da una competizione generazionale che fa emergere una preoccupante confusione di ruoli.
La moda infantile è uno dei pochi business che ancora non conosce crisi, con abiti che sono lontani anni luce dai corpi acerbi delle bambine. Oggi ci sono case di moda che fabbricano reggiseni imbottiti per bambine di quattro anni e purtroppo mamme che li comprano.
Vestendo i bambini, anche emotivamente, con abiti che non sono i loro, non stupiamoci se da adulti potranno avere qualche problema di identità, ritenendo normale ciò che non lo è.