Il mio cellulare!!!

il_mio_cellulareEccomi qui a scrivere con l’intento di condividere con voi alcune riflessioni sull’uso dei cellulari. In particolare da quando vedo le mie figlie adolescenti con il cellulare sempre acceso in mano inizio a portare l’attenzione su questa tematica e a pormi delle domande e a fare delle riflessioni.
Quanto è forte il mio bisogno di controllare mia figlia? Quanto è forte il mio bisogno di rendermi sempre rintracciabile e quindi anche indispensabile? Quanto è forte il mio bisogno di dare autonomia a mia figlia, per avere io stessa autonomia da lei? Non è che questo marchingegno, nato come strumento di comunicazione, sia invece uno strumento che ci allontana sempre più l’uno dall’altro? Non è che siamo tutti dipendenti dal nostro cellulare e che ciò determini un legame di sottomissione all’oggetto stesso e in ultimo che generi uno stato emotivo di prostrazione e auto svalutazione?
A queste domande ho cercato di darmi delle risposte dopo essere stata in ascolto di me stessa e dopo aver osservato, in più e più occasioni, gli utilizzatori di cellulari, me inclusa. Invito anche voi a fare lo stesso. Può essere questa un’occasione per svincolarci dai nostri automatismi e dai luoghi comuni del tipo “tutti usano il cellulare”, “è uno strumento di comunicazione per parlare con tutti”, “è moderno”, ecc.
Per non parlare delle compagnie telefoniche che per farti stipulare il contratto usano una terminologia del tipo “tutto incluso”, “illimitato”, “gratis”, “non paghi”. Questo stesso linguaggio diventa il nostro stesso linguaggio e così ci facciamo sfuggire che in realtà l’uso del telefono ha un costo e che l’uso del nostro telefono genera grandi ricavi alle compagnie telefoniche.
A questo proposito riporto le parole del Professor Luciano Gallino tratte dal suo libro “Finanzcapitalismo”, parole che mi hanno ulteriormente stimolato. [da pag.146 a pag.148] “ Si è notato che tra le condizioni da realizzare per massimizzare l’estrazione di valore dalle persone rientra pure quella di farle lavorare senza retribuirle. A ciò si è provveduto, grazie anche al fondamentale apporto delle tecnologie della comunicazione, diffondendo con altri appropriati strumenti economici e mediatici la convinzione che il sommo della qualità della vita consista nell’essere sempre connessi, senza alcun buco vuoto nello spazio e nel tempo. Risorse immani sono state mobilitate a tale scopo: la pubblicità, innanzitutto; quindi il laptop wireless che si collegano alla rete a decine di megabytes al secondo; cellulari che funzionano da telefono, pc, videocamera, radio, tv, gps e videogame; le tariffe che permettono di usare il tutto a pochi centesimi al minuto, più i magazine che fanno sentire un cavernicolo chi non possiede l’ultima versione dell’ultimo strumento multifunzione apparso sul mercato. L’operazione diretta a far introiettare l’imperativo “sono connesso, dunque sono” comincia dalle scuole elementari: se il bambino viene provvisto di cellulare a otto anni, e di internet prima dei dieci, è garantito che sarà felicemente wired almeno per i successivi settanta.
L’essere perennemente interconnesso, dovunque ci si trovi, per parlare al telefono, chattare, scambiare sms, twitterare, bloggare, gestire la mail inbox e outbox, significa in realtà lavorare senza sosta per qualcun altro. Di certo per la propria organizzazione, ma non soltanto per essa. Ogni minuto passato in connessione comporta che flussi immensi di bit e di byte servano a scopi di cui il soggetto non sa nulla, e su cui non ha la minima possibilità di intervenire. Sotto questo aspetto aveva ragione Niklas Luhmann: siamo diventati meri relais, passive centraline di rilancio delle comunicazioni che riceviamo. Siamo immersi in un processo autosostentantesi di produzione di comunicazione per mezzo di comunicazione, sradicato da ogni riferimento ad un sistema psichico.
La prima a trarre profitto da un processo di comunicazione che non ha bisogno di esseri pensanti, se non nel loro ruolo di nodi di rilancio di byte ricevuti, è ovviamente l’organizzazione per la quale uno lavora. Se uno si è convinto che sia normale inviare ad essa una mail di domenica mattina, non foss’altro che per mostrare che niente gli sfugge, o premurarsi di leggere un sms alle due di notte, ciò significa che ha firmato un contratto che prevede 168 ore di lavoro la settimana, di cui circa 130 non vengono pagate. […]. A ciò si aggiunga che l’interconnessione 7×24 di masse di persone comporta che, secondo dopo secondo, qualche frazione di euro venga depositata nel bilancio di differenti società che si occupano di telecomunicazione, di ingegneria del software, di produzione e vendita di apparecchi e altro. Si tratterà in ciascun caso di pochi millesimi di euro, i quali però moltiplicati per miliardi di minuti di connessione al giorno diventano milioni di euro.
L’interconnessione ubiquitaria 7×24 viene presentata di solito come una scelta felicemente innovativa, un modo reso finalmente possibile dalle Ict di mixare a volontà lavoro e tempo libero, ufficio e famiglia. Ma si tratta di un’immagine fittizia abilmente costruita dalle direzioni marketing delle società di telecomunicazioni. In realtà siamo dinnanzi a un prolungamento a oltranza nel tempo e nello spazio dell’estrazione di valore da esseri umani, inconsapevoli servo-unità.”
E ancora, non è che le parole “tutto incluso”, “illimitato”, “gratis”, “non paghi” unito alle innumerevoli funzioni dei cellulari quali: parlare, scrivere, inviare sms, fare e inviare foto e video, collegarsi ad internet, youtube, myspace & co., chattare, ascoltare musica e registrare, giocare, guardare la tv, scaricare e condividere, bluetooth ci portino a provare una sorta di onnipotenza?
Non è che il nostro cellulare si è trasformato in un videogame dagli effetti devastanti sul nostro sistema nervoso? C’è ancora spazio per la creatività? Cioè per quella capacità di giocare con le idee, le emozioni e le proprie risorse….,capacità che scaturisce dal silenzio, dalla spaziosità che offre il silenzio e, perché no, dalla solitudine. Quanta difficoltà abbiamo a prenderci del tempo per noi stessi!! Per poter comprendere cosa si muove nel nostro mondo (emozioni, desideri, pensieri, ricordi) è necessario darsi spazio e attenzione, lasciando fuori il resto. Ma come possiamo ritagliarci questo spazio se siamo sempre “connessi”, se siamo sempre “on linee” , se non ci concediamo tempi “vuoti”? Siamo poi così sicuri di non essere soli, di avere sempre gli altri a disposizione di chiamata, di poter avere aiuto in qualunque momento? Noi non stiamo realmente con queste persone, non sappiamo realmente cosa sta accadendo, non guardiamo gli altri negli occhi, non vediamo la scintilla negli occhi quando dichiariamo un nostro sentimento, non sentiamo il calore della mano, non sentiamo gli odori, i profumi inconfondibili dell’altro. Siamo soli, con il nostro cellulare. L’essere consapevoli della nostra solitudine e l’imparare a convivere con essa come facente parte di noi, ci permette di comprendere che non è “cosa” da temere o scacciare, ma semplicemente da accogliere. Questo processo, forse, ci potrebbe aiutare a rivedere l’uso nel “nostro cellulare”, dando nuovamente spazio alle relazioni. Tanta tecnologia, che sicuramente accresce la capacità, la velocità e la possibilità di fare, non aiuta la nostra capacità di umanizzare una parte importante di noi: la solitudine. Aiuta a fare, ma non a vivere.

 

Chiudo qui con una frase della Dott.ssa Sabrina Costantini: “….insegnamo a noi stessi e agli altri la capacità di fare a meno, fare senza e fare con qualità: stare!”.

Anna Grammatica

Anna Grammatica, nata a Torino il 29 marzo 1968.
Laureata in Economia e Commercio presso l’Università degli Studi di Urbino.
Si è occupata di amministrazione, finanza e controllo in aziende metalmeccaniche, farmaceutiche e studi da commercialista.
La priorità della sua vita è stata tuttavia la dedizione alle due figlie e alla famiglia.
Si è sempre sentita attratta dalla spiritualità e dalla ricerca del senso della vita e, dopo alcuni anni di approfondimento di questi interessi, nel 2010 si è iscritta ad Energheia, la scuola per terapeuti esoterici, dove ha trovato una risposta rivoluzionaria alla ricerca di senso rispetto alla vita.
Ora tiene corsi di meditazione e terapie individuali.