Il Fedone di Platone e l’immortalità dell’Anima

il fedone di platone e l'immortalità dell'animaIl Fedone appartiene al periodo della piena maturità di Platone e narra gli ultimi momenti di vita di Socrate in carcere, prima di bere la cicuta. Il dialogo, che si svolge tra Socrate e i suoi discepoli più intimi, tratta il tema dell’ immortalità dell’anima, ossia della sua preesistenza e della sua sopravvivenza alla morte del corpo. Platone qui adduce diverse prove a sostegno dell’ immortalità dell’anima, tra cui quella della somiglianza dell’anima, che conosce le idee, alla semplicità ed eternità delle idee stesse.

Da Platone la cultura occidentale ha attinto la definizione di uomo come sintesi duale di elementi eterogenei, l’anima, psychè e il corpo, soma. La preminenza dell’anima sul corpo si basa sulla affinità dell’anima con l’elemento ideale, sovrasensibile, eterno dell’essere, e del corpo con l’elemento terreno, sensibile, corruttibile. Al dualismo ontologico tra realtà sensibile e intelligibile corrisponde dunque il dualismo antropologico tra corpo e anima. Tale dualismo è particolarmente accentuato nel Fedone: qui, richiamandosi all’Orfismo e alla sua nozione di trasmigrazione delle anime (metempsicosi), Platone cerca di fornire un fondamento razionale e dimostrativo a tale credenza religiosa. Inoltre, con diversi e complessi argomenti, egli confuta le varie concezioni naturalistiche, che negano la sopravvivenza dell’anima dopo la morte.

Lasciando da parte le varie e complesse prove sull’immortalità dell’anima, mi concentro sulla parte iniziale del dialogo, in cui Platone elogia la morte come vera fonte di conoscenza e di contatto con l’anima.

Socrate così si esprime in proposito:”…lucidamente sento che un uomo, vissuto nella vera pratica della filosofia, è sereno in punto di morte e ottimista, al pensiero che di là, quando sarà morto, otterrà degli stupendi beni……chi si applica con rettitudine alla filosofia altro non coltiva che il morire, e lo stato della morte…”. La morte infatti è “distacco dell’anima dal corpo”, ovvero lo stato dell’anima “che si distacca e se ne sta da sola nell’isolamento”.

Il filosofo infatti, non guarda al corpo, anzi “per quanto può ne prende le distanze e si orienta sull’anima”. “L’anima medita nelle condizioni migliori, quando nulla…la disturba….quando si concentra in sé allo spasimo, sola, con tanti saluti al corpo, e, senza promiscuità con esso, intatta, si slancia all’entità”. Questa è per Platone la vera conoscenza, propria di chi, accostandosi alle cose “con puro sforzo mentale, senza abbinare al lavorio della mente …altre percezioni”, con “ l’arma dell’intelletto”, si volge a “stanare l’entità…delle singole cose, sovranamente alleggeritosi ….della sua carne intera, perché sa che la carne è disordine….e ostacolo all’anima, al suo acquisire l’autentica comprensione delle cose”.

Finchè l’anima è legata al corpo e “impastata di simile fango” non si ha vera conoscenza. La carne, per i veri filosofi, “segugi dell’essere”, invade l’uomo “con i suoi amori, incanti, tremori, la sua folla di fantasie, di bolle d’aria”, tanto da portare alla negazione del pensiero”. Così “finisce che, per colpa sua, non si contempla la verità”. “Se vogliamo avere lo sguardo limpido su qualcosa, dobbiamo staccarci dal corpo e con lei, l’anima sola, individuare il nocciolo puro della realtà.” E aggiunge Platone: ”Sono certo che solo in un periodo potremo avere ….la conoscenza intellettuale: ed è il tempo della morte… perchè proprio allora l’anima starà in sovrana indipendenza, staccata dalla carne”.

“Solo in questo modo, puliti, sciolti dall’ottusità della carne…entreremo in contatto con cose d’analoga purezza, e decifreremo con le nostre forze la verità”. “E che altro è questa solenne pulizia…se non il ritrarsi estremo dell’anima dalla carne, l’addestrarsi a un isolamento sovrano e assoluto dal corpo, in integro dialogo con se stessa, l’abitare in perfetta solitudine…slegata dalla trappola della carne?”. “E allora: non si chiama morte il distacco, l’isolarsi dell’anima dal corpo?”.

”Chi è coerentemente filosofo s’attrezza a morire. E la morte è quanto lo spaventa meno al mondo”. Sarebbe una follia, se egli “non corresse allegro a quella meta”. “Pensarla così è obbligatorio…se il suo essere filosofo è autentico”, giacchè “in nessun posto coglierà la pura intelligenza, se non laggiù.

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