Frammenti di vite: “Lettera alla Danza” di Rudolf Nureyev

Lettera alla Danza“Sono qui, ma io danzo con la mente, volo oltre le mie parole ed il mio dolore.
Io danzo il mio essere con la ricchezza che so di avere e che mi seguirà ovunque: quella di aver dato a me stesso la possibilità di esistere al di sopra della fatica e di aver imparato che se si prova stanchezza e fatica ballando, e se ci si siede per lo sforzo, se compatiamo i nostri piedi sanguinanti, se rincorriamo solo la meta e non comprendiamo il pieno ed unico piacere di muoverci, non comprendiamo la profonda essenza della vita, dove il significato è nel suo divenire e non nell’apparire. Ogni uomo dovrebbe danzare, per tutta la vita. Non essere ballerino, ma danzare.
Chi non conoscerà mai il piacere di entrare in una sala con delle sbarre di legno e degli specchi, chi smette perché non ottiene risultati, chi ha sempre bisogno di stimoli per amare o vivere, non è entrato nella profondità della vita, ed abbandonerà ogni qualvolta la vita non gli regalerà ciò che lui desidera. È la legge dell’amore: si ama perché si sente il bisogno di farlo, non per ottenere qualcosa od essere ricambiati, altrimenti si è destinati all’infelicità. Io sto morendo, e ringrazio Dio per avermi dato un corpo per danzare cosicché io non sprecassi neanche un attimo del meraviglioso dono della vita…”

Questo è un estratto della Lettera alla Danza che il celeberrimo Rudolf Nureyev scrisse quando la sua vita stava per ormai volgere al termine. Si tratta di una sorta di “lettera al mondo”, di testamento spirituale, straordinario nella profondità del messaggio che racchiude.
Nonostante il contesto di vita, il mondo della danza, al quale il ballerino si riferisce nella lettera possa avere poco in comune con l’esperienza dei più, viene qui trasmesso invece un potente inno alla vita, nel quale la danza non è che una metafora, una delle tante sfaccettature delle contraddizioni tipiche che l’essere umano vive tutti i giorni nella propria esperienza: il conflitto tra essere e apparire, il bloccare il flusso della vita in nome di rigidi dover essere e imposizioni, ad esempio.

Lo conosceva bene il ritmo della vita, lui che nacque (nel 1938) “in movimento”, in treno durante una visita della madre a Vladivostok. Poverissimo e a causa delle vicissitudini della seconda guerra mondiale non poteva permettersi di entrare in corpi di ballo, perché del resto erano in dieci fratelli e servivano le sue braccia nei campi. (“Per tredici anni ho studiato e lavorato, niente audizioni, niente, perché servivano le mie braccia per lavorare nei campi. Ma a me non interessava: io imparavo a danzare e danzavo perché mi era impossibile non farlo, mi era impossibile pensare di essere altrove, di non sentire la terra che si trasformava sotto le mie piante dei piedi, impossibile non perdermi nella musica”).

Ci riuscì solo a 17 anni, quando entrò all’Accademia di Ballo di Leningrado, dove venne notato il suo talento ma anche il carattere difficile, ribelle, insofferente alle gerarchie (fu soggetto a numerosi provvedimenti disciplinari quali revoche del permesso di viaggiare all’estero e simili).
Successivamente fu sempre la vita a scegliere per lui, e a determinare quella che sarebbe diventata la svolta determinante della sua carriera: nel 1961, un primo ballerino della compagnia si infortunò all’ultimo minuto, e gli venne permesso di rimpiazzarlo in un’esibizione a Parigi. Questo sarà il momento che lo consacrerà alla fama internazionale: ” Il primo ballerino dello spettacolo di fine anno si fece male. Ero l’unico a sapere ogni mossa perché succhiavo, in silenzio ogni passo. Mi fecero indossare i suoi vestiti, nuovi, brillanti e mi dettero dopo tredici anni, la responsabilità di dimostrare. Nulla fu diverso in quegli attimi che danzai sul palco, ero come nella sala con i miei vestiti smessi. Ero e mi esibivo, ma era danzare che a me importava. Gli applausi mi raggiunsero lontani. Dietro le quinte, l’unica cosa che volevo era togliermi quella calzamaglia scomodissima, ma mi raggiunsero i complimenti di tutti e dovetti aspettare. Il mio sonno non fu diverso da quello delle altre notti. Avevo danzato e chi mi stava guardando era solo una nube lontana all’orizzonte. Da quel momento la mia vita cambiò, ma non la mia passione ed il mio bisogno di danzare. Continuavo ad aiutare mio padre nei campi anche se il mio nome era sulla bocca di tutti. Divenni uno degli astri più luminosi della danza.”

Si potrebbe andare avanti a raccontare in successione gli altri episodi della sua vita, ma non sono poi così rilevanti rispetto alla profondità del senso stesso che diede alla sua vita, e al suo monito intrinseco: ” Chi non conoscerà mai il piacere di entrare in una sala con delle sbarre di legno e degli specchi, chi smette perché non ottiene risultati, chi ha sempre bisogno di stimoli per amare o vivere, non è entrato nella profondità della vita, ed abbandonerà ogni qualvolta la vita non gli regalerà ciò che lui desidera. È la legge dell’amore: si ama perché si sente il bisogno di farlo, non per ottenere qualcosa od essere ricambiati, altrimenti si è destinati all’infelicità. Io sto morendo, e ringrazio Dio per avermi dato un corpo per danzare cosicché io non sprecassi neanche un attimo del meraviglioso dono della vita… “

Nasce nel 1982 a Carpi (Mo), svolge il suo primo percorso di studi a Modena, sviluppando da subito un interesse per la musica, inizia lo studio del pianoforte all’età di 7 anni, le arti e la letteratura.
Nel periodo tra le scuole superiori e l’università effettua numerosi viaggi all’estero, di cui due lunghi periodi di soggiorno negli Stati Uniti e un anno in Danimarca.
Inizia ad interessarsi alla disciplina dello Yoga all’età di circa 26 anni, si iscrive all’associazione Atman a 27 anni e a 30 alla Scuola Energheia per terapeuti esoterici.