Figli del vento – Viaggio in Mongolia

Figli_del_vento_ArtApro la scatola di latta: uno, due, tre sassi, una manciata di semi imbruniti dal tempo, un piccolo fiore dai petali spessi e consumati, una figurina con il disegno del Soyombo, simbolo di indipendenza e libertà, e arriva un soffio. Accosto l’orecchio e come un’eco ritorna il ricordo: è il vento della Mongolia, quel vento forte che canta sempre per lei, perché la Mongolia è la sua terra e lui il suo respiro. E’ il vento che increspa la steppa fino a formare le montagne appuntite dell’ Altai, ed è il vento che la sbriciola nel deserto del Gobi; in Primavera sparge i pollini di piante e fiori verso il Nord degli Sciamani e a Est, ogni giorno, spalanca le nuvole per far rotolare il sole tra le braccia della vasta pianura.
E’ il vento che allunga gli occhi delle persone, le maniche e l’orlo dei cappotti fino a solleticare i passi ed è sempre lui che screpola le guance dei loro figli.
Ho percorso la Mongolia su una vecchia waz, una jeep di fabbricazione sovietica, e a cavallo, dormendo nelle gher dei nomadi e in una tenda canadese, avvolta in pelli e strati di coperte. Una mattina in cui non avvertivo più la circolazione del sangue nei piedi e sentivo le labbra e il naso sanguinare, mi sono chiesta chi mai me lo avesse fatto fare un viaggio del genere, e ho preso a pugni il vento… Ma come spesso accade quando si tocca il fondo, si azzera ogni cosa e poi arriva la magia. Si riparte da una piccola sensazione, da uno stupore, dal fuoco che accendevamo per sciogliere l’acqua ghiacciata e bere.

Dalle nostre impronte nel deserto coperto di neve che sembravano giocare con quelle degli stambecchi o del leopardo invisibile. Da quella disarmante sensazione di smarrimento che ti trapassa quando ti giri intorno e non hai riferimenti, e dalla sicurezza che puoi fare senza. Poi la notte cadeva spessa.
Ricordo, lungo i pendii delle vette, i piccoli ammassi di pietre da cui sventolavano nastri azzurri, si girava tre volte attorno, depositando un sasso come offerta votiva. Un giorno, ho gettato lo sguardo tra i picchi e le valli che si susseguono all’infinito e l’ho ritrovato nell’erba osservando un ragno fare la tela con fili spessi come corde di chitarra.
Sono andata in Mongolia tre volte, quando ancora non esistevano guide turistiche che la descrivessero. Venivamo accolti dagli abitanti come fossimo viandanti che portavano notizie da mondi lontani e misteriosi, ascoltavano i nostri gesti mentre ci offrivano pane ammorbidito nel brodo o nel tipico tè rancido. In Inverno, abbiamo pattinato sul fiume ghiacciato e in Estate abbiamo pescato i pesci, correndo nella prateria insieme ai discendenti di quei guerrieri sanguinari che oggi offrono tabacco da fiutare e insegnano a cavalcare. Adesso mi dicono che Ulan Bator sia diventata una metropoli con tour operators a ogni angolo. C’è un gran via vai di turisti ed affari. Mi piacerebbe vederla, con indosso un nuovo vestito, come fosse una donna cresciuta nel tempo.
Sebbene cambiata, sono sicura che il suo vento canta ancora d’amore per lei.

Alessandra Bocchi

Sono nata a Milano nel 1972. Da bambina scrivevo poesie e mi piaceva giocare nei boschi, crescendo ho iniziato a viaggiare alla scoperta del mondo fuori e dentro di me.
Ho frequentato il Liceo Classico e ho studiato Filosofia all’Università di Milano, in seguito ho lavorato nel campo della comunicazione per dieci anni. Nel frattempo ho praticato Tai Chi Ch’uan e ho continuato a studiare le culture e le filosofie orientali.
Sono la mamma di un bambino dagli occhi luminosi il cui arrivo ha segnato una svolta nella mia vita e con lui ogni giorno imparo qualcosa di più.
Nel giugno del 2013 mi sono diplomata a Energheia. Attualmente faccio volontariato presso una Fondazione che si occupa di adolescenti, lavoro qua e là, e sono sempre più felice di quello che faccio.